martedì 7 luglio 2015

La psicologia perinatale e lo sviluppo sociale del bambino

Le più recenti evidenze scientifiche, offerte alla psicologia perinatale dalle neuroscienze, hanno permesso la comprensione di quanto la prima infanzia risulti un periodo cruciale per lo sviluppo emotivo e sociale. Esse ci hanno mostrato quanto i principali sistemi di base per la regolazione delle emozioni non solo non sono presenti alla nascita ma che essi si sviluppano seppur rapidamente principalmente nei primi mesi di vita dei bambini. Sappiamo infatti che la corteccia orbito-frontale, deputata al comportamento sociale, si sviluppa completamente solo dopo la nascita ed inizia il suo processo di maturazione più o meno quando il bambino inizia camminare. Il peso della ricerca attuale rende quindi abbastanza evidente che questi sistemi biologici, coinvolti nella gestione della vita emotiva, sono tutti soggetti all’influenza sociale. Si può quindi affermare che alla nascita le abilità sociali sono per lo più da considerarsi come abilità potenziali che devono terminare la loro formazione e iniziare una vera e propria maturazione. In altre parole il tipo di cervello che il bambino svilupperà dipenderà in larga parte dal tipo di esperienze che egli sperimenterà con altre persone (in particolare con i caregiver). Lo sviluppo delle abilità sociali e il loro migliore o peggiore funzionamento dipendono pertanto dalla natura di queste esperienze sociali precoci.  
Il paradigma che le neuro scienze ci mostrano è quindi che le persone devono sperimentare una dipendenza soddisfacente prima di poter diventare indipendenti e capaci di autoregolazione. Tuttavia questo è per molti adulti piuttosto difficile da accettare in quanto la tendenza (sia dei genitori che degli operatori) è piuttosto quella di reagire alla dipendenza con un atteggiamento inibente, come se la capacità di maturare e di autoregolarsi del bambino fosse una questione di buona volontà.
Al contrario l’abilità di giudicare quando un bambino ha gli strumenti per gestire un po’ di autocontrollo, sollecitudine o indipendenza si sviluppa nella relazione ed attraverso la capacità di sintonizzarsi sui suoi bisogni.
Il modo con cui un adulto risponde al bisogno di dipendenza dei bambini è spesso invece influenzato sia dalle aspettative culturali frutto della società in cui si è inseriti sia dalle proprie esperienze precoci. Il nuovo paradigma del contenimento emotivo, offertoci dagli studi effettati dalle neuro scienze, presuppone quindi quanto il non riuscire a sperimentare e tollerare tutti i nostri sentimenti predisponga ad uno sviluppo non armonico che può sfociare anche nella patologia (sia del corpo che della psiche per altro).

Gli schemi di regolazione che si costituiscono nei primi stadi della vita possono quindi influire sul nostro benessere e sullo sviluppo del “cervello” deputato al sistema emotivo ma anche sul nostro corpo e soprattutto sul sistema immunitario e la capacita di reazione allo stress. Le scoperte scientifiche nel campo delle emozioni affermano quindi l’importanza del contatto, dell’ascolto, del contenimento e della necessità di sintonizzazione sui bisogni dei bambini. Nella nostra cultura occidentale tuttavia manca quasi totalmente un opportunità di preparazione psicologica a divenire genitori attraverso l’apprendimento sociale e l’osservazione, che era invece garantito alla generazione precedente dalla struttura familiare e sociale, oggi le famiglie sono sempre più isolate le une dalle altre ed il lavoro è rigidamente separato dalla vita domestica, non ci  sono molte occasioni per osservare ad esempio come una madre esperta tratta i suoi bambini oppure di collaborare alla cura di essi. In queste circostanze spesso le uniche fonti di informazione per i genitori sono i libri oppure i programmi televisivi ma più semplicemente essi si baseranno sul loro vissuto di essere stati a loro volta dei  bambini. Ecco perché i modelli scarsamenti adattivi si trasmettono da una generazione all’altra. Il mondo degli adulti (genitori, educatori, insegnanti ma anche i pediatri che spesso orientano i genitori con le loro indicazioni  sulla modalità più corretta di accudimento dei bambini) ha la responsabilità di proteggere il sistema nervoso in via di sviluppo dei bambini mettendoli di fatto in grado di trasformarsi in persone adulte forti e capaci di sostenere le sfide della vita e le relazioni.

giovedì 5 marzo 2015

Asilo nido: un opportunità di crescita per tutta la famiglia.

L’arrivo al nido di ogni bambino scaturisce timori, aspettative, paure e desideri.  
Si tratta di emozioni che coinvolgono i genitori, i bambini ma anche gli educatori e che hanno grande peso sulla buona riuscita dell’ambientamento, rappresentando l’inizio di un percorso che si andrà costruendo nel tempo. E’ inutile quindi negarlo, l’inizio dell’asilo nido segna un momento cruciale nella crescita del bambino, ma non meno in quella di un genitore. Perché è bene sempre ricordarlo e ricordarselo (noi educatori in primis) che al nido non arriva mai un bambino ma sempre una famiglia, con la sua complessità e la sua storia. Da quel momento in poi il bambino inizierà tutta una serie di percorsi che lo porteranno a crescere, e lo farà non necessariamente sempre con l’aiuto dei suoi genitori. Magari inizierà ad usare la forchetta con disinvoltura, a mettersi e togliersi i calzini da solo o imparerà a pedalare con il triciclo. Di fatto i genitori non saranno sempre li con lui a vivere e condividere le esperienze che gli si presenteranno durante la giornata. 
E questo inevitabilmente può generare ansia e preoccupazione in ogni genitore. 
Come si può allora aiutare le famiglie a vivere il più serenamente possibile questo delicato momento evolutivo della propria storia familiare, intendendo questa esperienza come un esperienza che coinvolge ed ha ripercussioni su tutta la famiglia, mamma e papà, altri fratelli, ma anche nonni, zii ?                                
Di fatto ancora oggi ci sono due scuole di pensiero riguardo all’asilo nido: quelli del si, e quelli del no e la discussione accende sempre gli animi perché, diciamo la verità, dipende. Dipende da un sacco di cose. Si, perché spesso le scelte non sono sempre libere ma piuttosto dettate dalle situazioni e perché molto spesso ai genitori non sono forniti i giusti strumenti per scegliere la realtà più adatta alle proprie caratteristiche, ne tanto meno strumenti per riconoscere anche quali sono i servizi che garantiscono standard qualitativi elevati. Ecco anche perché intorno al nido ruotano dunque pensieri e definizioni molto contrastanti; ci si divide tra chi ne sostiene l’importanza e il positivo effetto sullo sviluppo e la crescita dei bambini e chi invece mette in guardia genitori e famiglie sui pericoli e gli effetti negativi che il nido potrebbe causare. E difronte a pareri tanto contrastanti come si potrà orientare una famiglia? Come trovare il giusto punto di vista e non farsi invadere da un ansia eccessiva o anche veri e propri sensi di colpa se poi la decisione va verso un inserimento al nido del proprio bambino? 
Cosa potrebbe fare un genitore per fare una scelta consapevole e cosa possono fare gli addetti ai lavori (educatori,psicologi,pedagogisti) per aiutare i genitori a districarsi in questa giunga di opinioni, modelli, ed offerte a volte anche di natura prettamente commerciale (dilagano sempre più figure non professionali e senza i titoli adeguati che però propongono con nomi più o meno accattivanti strutture ibride e non regolamentate che a mio avviso sono molto dubbie), come possiamo aiutare le famiglie a raggiungere la consapevolezza necessaria per fare una scelta serena rispetto al nido e soprattutto sul come sceglierlo?Ovviamente bisogna pensare a che tipo di genitore si è, perché si può fare tutto o quasi anche a casa (se la situazione lavorativa lo consente), ma se certi aspetti vengono salvaguardati meglio all’interno delle mura domestiche, altri possono venire sottovalutati o dimenticati. L’ingresso di ogni bambino al nido è quindi un momento molto delicato poiché rappresenta la prima esperienza di distacco dai genitori, dalla madre in particolare, e dall’ambiente familiare. 
E’ tuttavia un momento particolarmente significativo di crescita in quanto segna un mutamento importante, un cambiamento di vita, con una diversa qualità e quantità di relazioni, di giochi e di apprendimenti. Il bambino, infatti, esce dalla  cerchia delle relazioni familiari per ampliare i suoi rapporti con altre figure adulte e soprattutto con i coetanei. Si tratta di un’esperienza complessa e molto coinvolgente a livello emotivo, che fa scattare dinamiche molto profonde e va dunque preparata e mediata con consapevolezza e professionalità, con tatto e sensibilità, ricorrendo ad adeguate strategie d'intervento, sia da parte degli educatori sia da parte dei genitori.  
Nel 2012 è stato pubblicato un articolo che riporta i risultati di uno studio effettuato dalla fondazione Agnelli sugli effetti della frequentazione del nido sul rendimento scolastico.             

I risultati, in sintesi, mettono in luce che frequentare un nido nei primi mille giorni di vita, ossia da 0 a 3 anni, sia un vero e proprio investimento sul futuro del bambini influenzando positivamente sia le capacità cognitive che quelle affettive e psicologiche. Ma c'è un fattore  discriminante fondamentale! 
Il fattore discriminante consiste nella qualità e nell’alto livello didattico ed affettivo delle struttureAl riguardo leggendo la ricerca ma in generale tutti i contributi che recentemente vanno nella direzione di una rivalutazione del nido, il paramento che ha suscitato maggiormente il mio interesse è che si possa affermare senza dubbio che il nido offre  effetti positivi sullo sviluppo del cervello dei bambini e inoltre che si possono rintracciare anche svariati effetti positivi a vantaggio dello sviluppo psico-affettivo del bambino stesso
E'  questo, a mio avviso, il dato che dovrebbe essere offerto ai genitori assieme agli strumenti per poter individuare le strutture e le professionalità qualitativamente migliori.
Una delle principali domande che mi sento rivolgere dalle famiglie e che rappresenta molto spesso una vero e proprio dilemma e se esista o meno un’età particolare che renda “meno difficile” l’inserimento del bambino al nido.
Le risposte che vengono fornite all’interrogativo sulla “giusta età” di inserimento variano a seconda che si consideri, ai fini di un equilibrio affettivo ed emotivo, lo sviluppo di un rapporto intenso e privilegiato fra la madre e il bambino oppure la formazione di legami precoci di attaccamento ad una pluralità di figure adulte e coetanee, maschili e femminili, familiari ed extra-familiari. A questo proposito bisogna però sfatare uno dei luoghi comuni più diffusi, ossia che nei primi anni di vita, il bambino non sarebbe capace di comunicare con i coetanei e che quindi il bambino piccolo non possa essere arricchito da un precoce socializzazione. Il gruppo dei pari in realtà non è un qualcosa di minaccioso per il bambino o di alternativo al gruppo familiare, ma è a questo complementare proprio per la sua funzione cooperativa nell’ambito del processo di socializzazione. 
Inoltre, nello sviluppo globale del bambino, dobbiamo anche considerare altri elementi che integrano lo sviluppo emotivo, come quello cognitivo, senso-motorio, linguistico, espressivo, logico. 
Allora più verosimilmente il vero problema da affrontare riguarda non tanto il "quando" un bambino debba essere inserito, che probabilmente dipende per lo più da necessità professionali o personali, quanto il "come". Quali sono dunque quelle caratteristiche che deve possedere il nido  perché esso rappresenti per il bambino e per tutta la sua famiglia un luogo di crescita e di promozione del benessere bio-psico-sociale?